Anselmo Cravero
L’anticlassico
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Episodio I – La minaccia fantasma
Uno spettro si aggira per la nostra era, più letale di un’epidemia ma non meno contagioso. Corrompe le menti, paralizza i corpi, avvelena le tradizioni e rende sterili i nobili linguaggi dell’arte. È il classicismo.
Prevengo la prima obiezione dei benaltristi: lo so che sembreremmo avere problemi più seri di cui occuparci, e tuttavia inaugurando questa rubrica io, Anselmo Cravero, sono certo di dimostrarvi che questo pericolo è reale, drammatico e ha innumerevoli e nefaste conseguenze nella nostra quotidianità.
Potrei affrontare l’argomento scandagliandone le premesse filosofiche – opponendo al memento mori l’amor fati – oppure ricostruendo le vicende che hanno condotto i popoli indoeuropei a rinnegare la fertile spiritualità della Dea Madre per baciare la pantofola al conformismo piacione dello status quo, ma malgrado la lucidità e la sintesi con la quale certamente saprei condurre le mie raffinate disamine, temo che non sarebbero sufficienti a scardinare le convinzioni dei fanatici dell’historia magistra vitae, che si compiacciono di non esercitare mai il pensiero critico e di obbedire ai dogmi cui si sono consacrati.
Ebbene, che oggi non siamo più nani sulle spalle di giganti, ma i giganti siano balzati sulle spalle impedendoci di guardare altro che il nostro ombelico, che oggi ci sembri impossibile scrivere, suonare, danzare qualcosa di nuovo perché tutto ci appare essere già stato inventato, io non intendo dimostrarlo con astratte speculazioni né asserirlo apoditticamente, ma illustrarlo con esempi persuasivi, procedendo per accumulazione sinché ogni resistenza all’evidenza sia domata, in ossequio al motto tempora tempore tempera.
Nondimeno, quod differtur non aufertur: non mancheranno in questa rubrica incursioni pugnaci nella teoria delle arti, nelle scienze etno-antropologiche, nella geochimica, e non si rinuncerà ad alcuna risorsa dialettica – aforismi, claim pubblicitari, rime hip hop, barzellette sconce – né ad alcun riferimento culturale d’en haut et d’en bas – dai grimori ai calendari dell’Avvento, dal cinema neorealista ai balli di gruppo – per combattere la battaglia contro l’ibernazione intellettuale che il classicismo produce nei suoi adepti.
Cominciamo, però, d’emblée, con la prima testimonianza delle malsane seduzioni dei classici, uno di quei testi che, a detta dei benpensanti, costituiscono «l’architrave della nostra cultura» o qualche altra amenità consimile. Sto parlando di un cosiddetto capolavoro universalmente riconosciuto, ossia la favola “Cappuccetto rosso”.
Non è questa la sede per indagare le numerose varianti di questa vicenda, peraltro ininfluenti ai fini del mio insindacabile giudizio critico. Che ci sia o meno il lieto fine, che i lupi siano uno o due o che la nonna sia in realtà un’orchessa, la morale che ci è stata tramandata è, ça va sans dire, sempre la medesima: guai ad uscire dal sentiero, mai fidarsi degli sconosciuti, fare sempre e solo quello che ha detto la mamma (sic!). Così ci rassicurano i classici, suggerendoci che affidarsi alle regole sia automatica garanzia di salvezza, che il mondo sia avvinto da stringenti catene di causa-effetto sulle quali è possibile detenere il dominio, che poi altro non significa se non accettarne l’ineluttabilità.
Stultitia est fecunda mater! Lo stesso classico nasconde, nel cuore della sua ben modellata trama, i semi della sua distruzione. Domandiamoci: quando Cappuccetto Rosso incontra il Lupo, per quale motivo quest’ultimo, anziché mangiare seduta stante la bambina, corre a casa della nonna per mangiarla e inscenare la sua puerile commedia? Non conosceva forse già la creatura dov’era situata la magione dell’anziana signora o, qualora accogliessimo una variante, non ne era venuta a conoscenza dalla stessa Cappuccetto? Perché correre il rischio di perdere per imprevisti imponderabili una così facile preda attendendone l’arrivo a casa della nonna? E, se è per questo, perché travestirsi da nonna, quando la bambina aveva già dimostrato di interagire con l’animale senza evidenti timori reverenziali?
A meno di sospettare che il Lupo preferisca un’esistenza sub specie theatri alla soddisfazione dei suoi bisogni primari, dobbiamo concludere che l’intera favola si basa su presupposti menzogneri e costruisce un perfetto esempio di come il classicismo disponga le sue pedine in pose accattivanti per distogliere la nostra attenzione dal vuoto di senso che intende occultare con la sua pretesa razionalità. Dura lex, sed lex.
Questo non è che un misero antipasto della sfida che intendo condurre su queste pagine. Nelle prossime puntate demolirò capisaldi della storia della letteratura, rivelando che i nostri punti di riferimento sono assai meno saldi di quanto ci piaccia credere: Vitam regit fortuna, non sapientia. E se avete dei dubbi, ricordate a voi stessi: sarà vero, lo dice Anselmo Cravero.
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