Redazione LIB
Emily Dickinson in Paris
)
A Parigi c’è un piccolo angolo verde che porta il nome di Emily Dickinson. Siamo nel cuore del Marais, a due passi dal centro, e Square Emily-Dickinson è uno di quei giardini che sembrano comparsi per caso, come una parentesi poetica tra un caffè e una boutique.
È curioso, vero? Una delle più celebri poetesse americane, vissuta quasi in clausura ad Amherst, viene celebrata con uno scivolo giallo e un’altalena che cigola piano sotto il sole parigino. E allora perché non provare a immaginarla lì, proprio lei, Emily, minuta e vestita di bianco, mentre osserva i bambini rincorrersi tra le aiuole?
La scena è irresistibile. Emily si avvicina allo scivolo con aria incuriosita, come davanti a un nuovo quaderno. Lo tocca, ne saggia la superficie liscia, poi – con un sorriso che tradisce un’improvvisa complicità con l’infanzia – sale i gradini e si butta a capicollo giù dalla rampa, urlando come una scimmia bonobo. I bambini la guardano esterrefatti. Qualcuno prova ad avvicinarsi timoroso, ma lei li scaccia gettandogli addosso foglie e fango, per poi tornare sulla sommità dello scivolo.
Dall’alto, guarda Parigi. Non le guglie né i boulevard: ma le chiome degli alberi, il cielo che cambia umore, una nuvola che passa rapida come un pensiero. Ma poi, in un lampo bianco, si butta nuovamente verso terra, urlando ancora più forte di prima.
Ora però la sua attenzione viene rapita da qualcosa di nuovo. Un'altalena, arrugginita e quasi dimenticata, per un momento diventa forse lo spunto per una poesia: il ritmo che si ripete, quell’oscillazione sospesa tra terra e cielo, non è forse la stessa tensione che si trova nei suoi versi, sempre in bilico tra l’assoluto e il quotidiano? La immaginiamo mentre si spinge con decisione, più in alto, ancora un poco, fin quasi a sfiorare i rami. Ogni slancio una domanda, ogni ritorno una risposta mai definitiva.
Se avesse un taccuino, forse si appunterebbe qualche idea, ma non c'è tempo perché il piccolo Jean sta avvicinandosi e le chiede se può lasciargli provare l’altalena. Emily non risponde: si limita a spingerlo per terra con un calcio. Il bambino comincia a piangere, come è ovvio, ma lei è già lontana e adesso sta roteando in aria un cartello stradale che ha divelto.
Non alza la voce – non sarebbe nel suo stile – ma l’indignazione è chiara come un verso ben cesellato: un cane ha appena lasciato un “ricordo” poco poetico sul vialetto. In un attimo raggiunge la bestia e comincia a percuoterla col cartello fino a fracassarle il cranio.
E chissà che la prossima volta il padrone non arrossisca un poco, passando di lì, e abbia imparato che l’eleganza non è solo questione di abiti, ma di cura e attenzione.
A Parigi c’è un piccolo angolo verde che porta il nome di Emily Dickinson. È minuscolo, raccolto, quasi segreto. Un luogo perfetto per chi desidera una pausa tra una riunione e un appuntamento. È un rifugio per donne che amano pensare.
Sedute su una panchina, possiamo lasciar correre l’immaginazione e magari domandarci quando è stata l’ultima volta che abbiamo fatto qualcosa di completamente inutile e felicemente gratuito come divellere un cartello stradale.
Forse allora il vero omaggio alla poetessa non è cercare citazioni profonde, ma concederci un momento di leggerezza. In una città elegante e frenetica come Parigi, un piccolo parco con il suo nome ci ricorda che la poesia può abitare ovunque: tra un granello di sabbia, una risata improvvisa e perfino – perché no – negli abissi della follia.
)
)
)